Posts contrassegnato dai tag ‘Aforismi’

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David Foster Wallace (1962-2008)

12 Settembre 2009

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La persona che ha una così detta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e avere nella vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme. Non vi sbagliate sulle persone che si buttano dalle finestre in fiamme. Il loro terrore di cadere da una grande altezza è lo stesso che proveremmo voi o io se ci trovassimo davanti alla finestra per dare un’occhiata al paesaggio; cioè la paura di cadere rimane una costante. Qui la variabile è l’altro terrore, le fiamme del fuoco: quando le fiamme sono vicine, morire per una caduta diventa il meno terribile dei due terrori. Non è il desiderio di buttarsi; è il terrore delle fiamme. Eppure nessuno di quelli in strada che guardano in su e urlano “No!” e “Aspetta!” riesce a capire il salto. Dovresti essere stato intrappolato anche tu e aver sentito le fiamme per capire davvero un terrore molto peggiore di quello della caduta.

(Infinite Jest)

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La morte non è nel non poter comunicare…

5 Febbraio 2009

Riguardo a tutto questo drammaticamente serio casino là fuori:

«La morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi.» (Pier Paolo Pasolini)

 

«Essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.» (Pablo Neruda)

 

«L’uomo non ha della vita un’idea, una nozione assoluta, bensì un sentimento mutabile e vario, secondo i tempi, i casi, la fortuna. L’albero vive e non si sente: per lui la terra, il sole, l’aria, la luce, il vento, la pioggia, non sono cose che esso non sia. All’uomo, invece, nascendo è toccato questo triste privilegio di sentirsi vivere, con la bella illusione che ne risulta: di prendere cioè come una realtà fuori di sé questo suo interno sentimento della vita, mutabile e vario(Luigi Pirandello)

E per alludere in maniera implicitamente chiara a cosa ne penso io della morte, una esplicitamente satirica rappresentazione di certa ottusa gente:

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Capodanno

31 Dicembre 2008

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X – Come hai passato la veglia di Capodanno?

J. – Niente di che: mia sorella era per i fatti suoi, i miei sono andati a mangiare una pizza e io sono rimasto solo a casa.

X – Che tristezza…

J.- Perché? A mezzanotte mi sono messo un cappello da party e con una trombetta ho festeggiato il fatto che la Terra ha completato un altro giro attorno al Sole: chi l’avrebbe mai detto? Eppure si è dimostrato il piccolo pianeta che ce la fece ancora…

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Arbeit macht frei

24 Giugno 2008

Leggendo l’ultimo post di Michele c’è stato nella mia mente un riflusso di idee, considerazioni, parole e aforismi. Volendogli rispondere, ma sentendomi un pò incapace di sintetizzare il tutto ho voluto fare una collezione di aforismi, un pò come nella mia abortita rubrica di attualità “Verba volant, scripta manent” sul giornale (abortito?) della Facoltà di Lettere di Trieste. Per pigrizia e scarsità di tempo mi sono limitato a Wikiquote, ma credo possa essere comunque un discreto compendio di saggezze.

La costituzione sovietica garantisce a tutti un lavoro. Un’idea graziosa e inquietante, direi. (P.J. O’Rourke)

Nota personale: fosse solo quella sovietica…

Niente è veramente lavoro a meno che non preferiate fare qualcos’altro. (James Matthew Barrie)

Lo scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero. (Aristotele)

Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo. (Leo Longanesi)

Si aspira ad avere un lavoro, per avere il diritto di riposarsi. (Cesare Pavese)

Nella società capitalistica si produce tempo libero per una classe mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita delle masse. (Karl Marx)

Il lavoro è l’ultima risorsa dei coglioni. (Sebastiano Vassalli)

Legittimo è il desiderio del necessario, e il lavoro per arrivarci è un dovere: «se qualcuno si rifiuta di lavorare, non deve neanche mangiare». (Papa Paolo VI)

Ma io sono moderno quanto lei, Sam. Solo che ciò che conta, per il futuro, non è il lavoro ma l’ozio. Tutto il mondo è d’accordo nel dire che il lavoro non è che un mezzo. Si parla di una civiltà dell’ozio, vi è gente che lavora per 40 anni, per riposarsi dopo, ma quando finalmente raggiunge il riposo, non sa più che farsene, e muore. Sinceramente credo di servire meglio la causa dell’umanità oziando che lavorando. Bisogna avere il coraggio di non lavorare. (La collezionista)

Ora, io sono una persona pigrissima, probabilmente la pigrizia è il mio unico difetto (nel senso che tutti i miei difetti possono essere ricondotti alla pigrizia): diciamo che per il mio caso invece che di calma parlerei di pigrizia “olimpica”. Mi sembra ovvio che io fugga il lavoro, la fatica, come la peste; anche il mio perfezionismo è riconducibile alla pigrizia: “una cosa o la si fa bene, o tanto vale non farla” implica che una grande mole di cose non debbano essere fatte perché non ne vale la pena; come se non bastasse da grande vorrei fare l’intellettuale, mestiere che non è proprio considerato un lavoro, o almeno non un lavoro “vero”, roba da fighetti, scioperati che hanno altre fonti di reddito (figli-di-papà). 

Premesso questo, vorrei appropriarmi di qualche aforisma, una soggettiva con le parole di altri. Anche se non ho trovato (a dire la verità nemmeno cercato) la teoria di Goethe sulla differenza tra lavoro materiale e lavoro intellettuale, ma non importa: per giustificare le mie aspirazioni Hugo dovrebbe bastare.

Il lavoro è il rifugio di coloro che non hanno nulla di meglio da fare. (Oscar Wilde)

Mi piace il lavoro, mi affascina. Potrei stare per ore seduto ad osservarlo… (Jerome Klapka Jerome)

Un uomo non è un pigro, se è assorto nei propri pensieri; esistono un lavoro visibile ed uno invisibile. (Victor Hugo)