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Capodanno
31 Dicembre 2008
X – Come hai passato la veglia di Capodanno?
J. – Niente di che: mia sorella era per i fatti suoi, i miei sono andati a mangiare una pizza e io sono rimasto solo a casa.
X – Che tristezza…
J.- Perché? A mezzanotte mi sono messo un cappello da party e con una trombetta ho festeggiato il fatto che la Terra ha completato un altro giro attorno al Sole: chi l’avrebbe mai detto? Eppure si è dimostrato il piccolo pianeta che ce la fece ancora…

I Senza-Futuro
4 Novembre 2008È un momento di crisi: economica, sociale, politica, culturale. Sono crisi coerenti, crisi di sistema: sistemi crollati con il Muro di Berlino nel 1989, con il WTC a New York nel 2001, più volte con Wall Street in questi anni e in questi mesi ancora. È la Crisi di un Sistema di Categorie che agonizza lasciando il mondo in balia di sé stesso, in attesa della generazione di un Sistema nuovo, di una nuova stabilità. Nel frattempo, tra l’autunno e la primavera, un medioevo, l’inverno in cui tentare qualcosa di nuovo perché il vecchio ha già fallito e l’unico modo per aspettarsi una rifioritura è procedere per tentativi. Dal cielo non cadrà nulla.
C’è in questo contesto una consapevolezza che serpeggia: la mancanza di speranze, la certezza di un futuro precario. E non è una sensazione esclusiva dei giovani, ma una paura che genitori, insegnanti, intellettuali raccolgono, leggono e condividono: l’antica speranza di una prospettiva di miglioramento della propria condizione attraverso i figli che svanisce. Manca un orizzonte verso cui guardare: la solita vertigine, il senso di vuoto, che si prova sempre mentre si cade. Ma c’è qualcosa di più.
C’è la consapevolezza che chi ha creato questa crisi stia cercando di emendarla usando gli stessi paradigmi che l’hanno generata: nessuna nuova via ad alimentare speranze, ma un insistere testardo sulla stessa strada verso un futuro ottimisticamente uguale al presente: di crisi. “La vostra crisi noi non la paghiamo”: ovvero “non saremo noi (giovani) a pagare domani per il vostro attuale perseguire nei vostri errori di ieri”. È la voglia di un futuro, non di un presente perpetuo. Di questo presente, poi. Una voglia disperata che sorprende per come pare aver svegliato una generazione che si credeva persa per sempre, inebetita dalle televisioni e consumata in mode e modelli. Sia chiaro: oggi non sono le stesse barbe impegnate del 68, non c’è quel contesto di prosperità e quella presa di coscienza di massa che sostennero la volontà di imporre al presente di allora la propria nitida, ideologica, visione del futuro.
Oggi non c’è futuro.
Come il movimento francese dei Sans-Papier (gli immigrati clandestini scesi in piazza per chiedere la regolarizzazione, stufi di essere dei sub-umani, dei fantasmi, solo perché non veniva concesso loro un documento che attestasse la loro esistenza) in queste settimane è scesa in piazza la generazione dei Senza-Futuro per reclamare un futuro, per rispondere ad un intimo, anche se massificato, bisogno esistenziale.
Il “pignoramento Gelmini” è un pretesto, un casus belli che ha scoperchiato il vaso di Pandora: risultato inevitabile di un attacco frontale alle già scarse prospettive di questa generazione. L’Onda si è riversata nelle strade, ha scandito slogan, si è inventata le lezioni in piazza, ha diffidato di quei pastori (episkopoi) sempre tesi a guidare il gregge verso la Verità, ha subìto le provocazioni e gli insulti, ha protestato contro i tagli indiscriminati, ha difeso il proprio diritto ad una prospettiva contro chi invece vede nell’istruzione solo una voce di spesa. Ha chiesto un futuro.
Ma c’è il rischio, forse la certezza, che tutto questo venga digerito dalla pubblica opinione e che venga normalizzato: niente cambierà. Ha senso allora fare tutto questo? Perché manifestare, cosa cambia?
Cambia chi lo fa.
(Pubblicato sul Messaggero Veneto – La Scuola del 4 novembre 2008 )

Gli Italiani
2 Novembre 2008
nel giudizio di questa pubblica opinione.
Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,
un giudizio netto, interamente indignato:
irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato
da secoli, la cui soave saggezza
gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza -
alzare la mia sola puerile voce -
non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce
gli altri, nella più strana indifferenza.
Io muoio, ed anche questo mi nuoce.
[...]
(Da: “La Guinea”, Poesia in forma di rosa, in “Bestemmia”, volume primo, Garzanti, Milano 1993)

Crisi
19 Ottobre 2008C’è chi colleziona francobolli, chi fa sport, chi guarda tanta televisione, chi si diverte col bricolage o il giardinaggio.
Io colleziono crisi esistenziali. È il mio hobby, il mio modo di esprimermi.
I want to be the unwobbling pivot at the center of an ever-revolving universe. I want to be still. (Charlie Crews, Life 1×03)
Ma Ego non è coerente col Sistema.
Ego è più debole del Sistema: pare destinato a soccombere.
Cosa dovrebbe significare soccombere: cambiare?
È giusto che Ego soccomba?
Il Sistema non può cambiare? Ego può cambiarlo?
Se Ego cambiasse sé stesso per sopravvivere nel Sistema, sarebbe corretto dire che è sopravvissuto visto che non sarebbe più lo stesso?
Ma siamo sicuri che Ego possa cambiare? E se non lo volesse?
Io voglio solo stare fermo…
