È un momento di crisi: economica, sociale, politica, culturale. Sono crisi coerenti, crisi di sistema: sistemi crollati con il Muro di Berlino nel 1989, con il WTC a New York nel 2001, più volte con Wall Street in questi anni e in questi mesi ancora. È la Crisi di un Sistema di Categorie che agonizza lasciando il mondo in balia di sé stesso, in attesa della generazione di un Sistema nuovo, di una nuova stabilità. Nel frattempo, tra l’autunno e la primavera, un medioevo, l’inverno in cui tentare qualcosa di nuovo perché il vecchio ha già fallito e l’unico modo per aspettarsi una rifioritura è procedere per tentativi. Dal cielo non cadrà nulla.
C’è in questo contesto una consapevolezza che serpeggia: la mancanza di speranze, la certezza di un futuro precario. E non è una sensazione esclusiva dei giovani, ma una paura che genitori, insegnanti, intellettuali raccolgono, leggono e condividono: l’antica speranza di una prospettiva di miglioramento della propria condizione attraverso i figli che svanisce. Manca un orizzonte verso cui guardare: la solita vertigine, il senso di vuoto, che si prova sempre mentre si cade. Ma c’è qualcosa di più.
C’è la consapevolezza che chi ha creato questa crisi stia cercando di emendarla usando gli stessi paradigmi che l’hanno generata: nessuna nuova via ad alimentare speranze, ma un insistere testardo sulla stessa strada verso un futuro ottimisticamente uguale al presente: di crisi. “La vostra crisi noi non la paghiamo”: ovvero “non saremo noi (giovani) a pagare domani per il vostro attuale perseguire nei vostri errori di ieri”. È la voglia di un futuro, non di un presente perpetuo. Di questo presente, poi. Una voglia disperata che sorprende per come pare aver svegliato una generazione che si credeva persa per sempre, inebetita dalle televisioni e consumata in mode e modelli. Sia chiaro: oggi non sono le stesse barbe impegnate del 68, non c’è quel contesto di prosperità e quella presa di coscienza di massa che sostennero la volontà di imporre al presente di allora la propria nitida, ideologica, visione del futuro.
Oggi non c’è futuro.
Come il movimento francese dei Sans-Papier (gli immigrati clandestini scesi in piazza per chiedere la regolarizzazione, stufi di essere dei sub-umani, dei fantasmi, solo perché non veniva concesso loro un documento che attestasse la loro esistenza) in queste settimane è scesa in piazza la generazione dei Senza-Futuro per reclamare un futuro, per rispondere ad un intimo, anche se massificato, bisogno esistenziale.
Il “pignoramento Gelmini” è un pretesto, un casus belli che ha scoperchiato il vaso di Pandora: risultato inevitabile di un attacco frontale alle già scarse prospettive di questa generazione. L’Onda si è riversata nelle strade, ha scandito slogan, si è inventata le lezioni in piazza, ha diffidato di quei pastori (episkopoi) sempre tesi a guidare il gregge verso la Verità, ha subìto le provocazioni e gli insulti, ha protestato contro i tagli indiscriminati, ha difeso il proprio diritto ad una prospettiva contro chi invece vede nell’istruzione solo una voce di spesa. Ha chiesto un futuro.
Ma c’è il rischio, forse la certezza, che tutto questo venga digerito dalla pubblica opinione e che venga normalizzato: niente cambierà. Ha senso allora fare tutto questo? Perché manifestare, cosa cambia?
Cambia chi lo fa.





