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Il teatro delle ombre

7 Agosto 2008

I ricordi sono come i sogni: si interpretano. (L. Longanesi)

 

Entrò nel parco buio portando a mano la bicicletta. La fioca luce della dinamo era solo un piccolo lumicino: orientava i suoi passi grazie alle diverse ombre che le strade e le luci della notte da lontano generavano.

Nel buio la brezza notturna accarezzava l’erba e le chiome degli alberi. Iniziò qui. Cinque anni fa. Un’intera vita fa, una vita nata qui e oramai già morta.

Triste, camminava malinconicamente lento ai margini del sentiero di ghiaia per fare meno rumore possibile, per poter sentire solo il rumore del vento tra le foglie: il respiro del parco, un eco di ricordi.

Girò verso la collinetta. Sotto quei salici piangenti imparò a respirare il cielo delle notti d’estate. Stava oltrepassando delle panchine: lentamente. Forse troppo lentamente e l’ombra informe che aveva intuito sdraiata sopra una panchina si piegò un po’ in avanti, verso di lui. Sospettosa, forse preoccupata chiese: «Che cerchi?» col tono di chi vuole scacciare dal proprio spazio un intruso. L’altro si fermò. Voltandosi verso la voce non rispose: esitava non sapendo se fosse stato meglio non rispondere o dire «Niente» piuttosto che «Non lo so». L’altro si mise un po’ a sedere: «Che cerchi?» ripeté. Più impaziente e sospettoso. La voce più nervosa.

«Qualcosa che ho perso» si sorprese a rispondere l’altro. Con sincerità: senza pensarci. Quasi come se non avesse risposto lui.

«E che hai perso?» più curioso che scontroso

«L’unica cosa che abbia mai trovato»: si rese (tristemente) conto che stava involontariamente confessando a quell’ombra vagamente informe la verità.  Una verità dolorosa da ammettere pure a sé stesso.

«Come si fa a perdere una cosa così importante?», quasi uno sfottò. Il dialogo con quell’ombra era meglio di tentare di addormentarsi in quell’afa.

L’altro si prese un paio di secondi di silenzio, per ispirare più che per pensarci «Perché non l’ho mai avuta». 

In silenzio strinse gli occhi per scontornare meglio quell’ombra dal buio che lo inghiottiva: solo la bicicletta e la camicia chiara assorbivano dei riflessi arancioni. 

Sentì l’esigenza di spiegarsi. Fissò i salici piangenti  sulla collina: frusciavano «Ci sono cose che non si possono avere, che non saranno mai tue perché anche se le trovi non riuscirai mai a catturarle, a legarle a te. Perché sono vive: come le farfalle o le lucciole…» gli venne in mente che proprio tra quelle ombre a forma di collinetta vide per l’ultima volta delle lucciole: si morse il labbro inferiore al ricordo di quei puntini luminosi…

«Perché sei venuto a cercare? Anche se trovassi quello che hai perso…»

«Non la troverò: non è più qui. Da tanto tempo ormai…» dall’ombra sulla panchina alzò lo sguardo verso il  cielo a macchie stellato «Credo di essere venuto qui proprio per non trovare niente. Per sentire, palpare, il vuoto. Per rendermi conto di non avere niente»

L’ombra sulla panchina si sistemò e lo corresse: «…di non aver mai avuto niente»

«Già», sospirò stringendo il manubrio.

Restarono in silenzio per un po’. Poi inclinato all’indietro sulla panchina, chiudendo gli occhi al cielo parzialmente stellato, chiese «Non credi di aver sbagliato tutto?»

«Non so» lentamente. Una pausa e poi «Mi sembra sia stato tutto un sogno: ho dei ricordi che credo reali, ma che sento lontani, come il ricordo mattutino dei sogni della notte… Non mi sembra di essere stato io a viverli»: la cosa era triste. Malinconica.

«Sabbia tra le dita» si era sdraiato di nuovo: sentiva che l’altra ombra era ancora lì nel buio. Immobile in piedi accanto al bicicletta. Aprì gli occhi verso il cielo «la vita è sabbia che stringiamo nei pugni: sfugge tra le dita.  È niente. Non resta niente» e pensava a sé. A tutto quello che gli era sfuggito tra le dita: alla sua vita.

Guardò i salici piangenti: erano enormi. Le chiome  frusciavano infinite lunghe fino ai piedi della collinetta.  Erano cresciuti molto in cinque anni e non solo loro. «Non ho più nulla: non ho fede, l’ho persa molti anni fa, non ho speranza, non ho fiducia, non ho nessuno, non ho affetti» lentamente fece una pausa più lunga delle altre «quasi non ho più nemmeno sentimenti o emozioni. Solo un incolmabile senso di vuoto».

I lampioni erano distanti poche decine di metri, ma formavano solo macchie di luce diffuse, stranamente lontane: lì però era tutto ombra. L’ombra informe come sdraiata sulla panchina, su un fianco, si sentì pieno di rimorsi, di occasioni perdute. Si rese conto di tutte le cose che aveva lasciato cadere tra le dita. Come sabbia. Ancora una volta cercò di convincersi che non era colpa sua. Era la vita: inevitabile.

Inspirò e si incamminò verso al collinetta dove i salici frusciavano fino a terra i loro lunghi capelli. Fissò le ombre degli alberi. Il profilo del pendio. Senza salire vide il passato. Senza chiudere gli occhi immaginò il ricordo. Come un sogno: sembra fosse accaduto davvero. Lontano: una vita fa. Strinse il manubrio e si avviò. Delle nuvole lampeggiavano sullo sfondo. Salì allora in sella e andò via.